Monte Koya, dove dormire in un tempio buddista

Koyasan: dormire in un tempio buddista. La GUIDA DEFINITIVA

 

Dormire in un tempio buddista al Koyasan è una delle esperienze più tipiche che un occidentale possa fare in Giappone. Infatti sono in pochi ad arrivare fin qua, sul Monte Koya, cuore sacro e selvaggio immerso tra gli altissimi cedri rossi giapponesi. Ecco tutti i miei consigli per dormire in un monastero buddista, come prenotare uno shukubo, cosa aspettarsi e come raggiungere il Koyasan, per un viaggio mistico al centro della sacralità orientale.

 


 

Koyasan, il monte più sacro del Giappone

 

Koyasan, il Monte Koya è il più sacro di tutto il Giappone

 

Il Koyasan, chiamato anche Monte Koya, si trova nel cuore selvaggio dei Monti Kii, nella prefettura di Wakayama. Situato a circa 80 km a sud di Osaka, è considerato uno dei siti più sacri del Giappone, designato nel 2004 Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.

Il villaggio vanta una popolazione di sole 3000 persone ed una ricchezza di ben 117 templi buddisti (praticamente un tempio ogni 25 persone!) e, come se non bastasse, 52 di questi templi consentono ai visitatori e pellegrini di pernottare al loro interno.

A 800 metri sul livello del mare, pendii boscosi di criptomerie, centenari cedri giapponesi con fusti alti fino a 40 metri, ombreggiano con le loro alte chiome pagode storiche, strade asfaltate, ristoranti tipici, scuole, caffè e negozi di souvenir.

Il vento agitava gli antichi cedri e gli insetti notturni fendevano il silenzio con il loro monotono ronzio. Sarebbe stato sempre così, pensai, estate dopo estate, inverno dopo inverno; la luna sarebbe tramontata sempre a ponente, restituendo la notte alle stelle e le stelle, nel giro di una o due ore, si sarebbero arrese al fulgore del sole. Il sole sarebbe salito alto sopra le montagne, accorciando l’ombra dei cedri; poi sarebbe scomparso di nuovo dietro i crinali.
La leggenda di Otori, Hern Lian

Ma chi decide di arrivare fino al Monte Koya lo fa soprattutto per visitare, oltre agli affascinanti complessi templari, l’Okunoin, il cimitero più grande di tutto il Giappone. Situato nell’area orientale del villaggio, il cimitero vanta 200.000 sepolture in pietra all’interno della foresta di cedri. Un vialetto lastricato di 2 chilometri conduce i visitatori dall’ingresso fino al mausoleo di Kōbō Daishi, il fondatore del Buddhismo Shingon e una delle persone più venerate nella storia religiosa del Giappone.

 

Buddhismo Shingon al Monte Koya

 

Buddhismo Shingon al Monte Koya (Koyasan)

 

1200 anni fa, il monaco illuminato Kūkai, in seguito ricordato come Kōbō-Daishi (letteralmente “il Grande Maestro della diffusione del Buddhadharma”), dopo aver studiato a lungo in Cina, ottenne il permesso dall’imperatore Saga di fondare sul Koyasan un complesso monastico per insegnare e praticare il Buddhismo Shingon (“vera parola”), una setta esoterica che si basa sui due testi fondamentali indiani Vajrasekhara Sūtra (金剛頂経 “Sutra della cima El Vajra”) e Mahāvairocanābhisaṃbodhi (大日経 “Sutra della Bodhi di Mahvairocana”).

Kūkai si considerava un monaco, ma non si era mai unito a nessuna scuola buddhista, preferendo le pratiche esoteriche come il canto dei mantra. Egli scelse il Monte Koya come sua sede in virtù della conformazione geografica, una valle poco profonda incastonata in una montagna e circondata da 8 cime montuose. Queste rappresentano gli 8 petali di un loto, uno dei simboli di principali di buon auspicio del buddismo.

Mi ritorna in mente la citazione che Cognetti inserisce nel suo bel romanzo Le Otto Montagne, parlando del monte Sumerula montagna al centro del mondo nella cosmologia buddhista:

[…] Noi diciamo che al centro del mondo c’è un monte altissimo, il Sumeru. Intorno al Sumeru ci sono otto montagne e otto mari. Questo è il mondo per noi. […] E diciamo: avrà imparato di più chi ha fatto il giro delle otto montagne, o chi è arrivato in cima al monte Sumeru?”

Chissà se anche Kūkai si è fatto questa domanda scegliendo il Monte Koya come culla per la sua scuola religiosa.

Il Buddhismo Shingon pone l’accento sul rituale quotidiano come mezzo per raggiungere l’illuminazione in modo immediato e praticabile, sviluppando quello che diversi monaci descrivono come “natura di Buddha“.

Sui due milioni di visitatori annuali del Koyasan, una parte di fedeli crede ancora che Kōbō Daishi sia fisicamente vivo, soltanto “addormentato” all’interno del suo mausoleo, in un’eterno stato di meditazione (samadhi) mentre attende la comparsa di Maitreya, il futuro Buddha.

Arrivati alla tomba del monaco, i fedeli fanno offerte di cibo e accendono tre bastoncini di incenso ed una candela votiva, recitando il mantra Namu Daishi henjō kongō:

Trovo rifugio [namu]

nel Grande Maestro [Daishi]

la cui luce risplende ovunque

ed è eterna come il diamante

Alla fine di ogni pomeriggio i sentieri boscosi dell’Okunoin diventano deserti. Gli acquirenti spariscono dai negozi di souvenirs e dai marciapiedi di Odawara Street. I monaci custodi del complesso Danjo Garan chiudono le pesanti porte della Sala Dorata e della Grande Stupa. Alle 17.30 (oppure alle 17.00 in inverno, quando le giornate sono più brevi) una melodia dolce come una ninna nanna suona dagli altoparlanti della città, e senza parole dice a tutti che è l’ora di ritornare a casa per la cena.

 

Koyasan, dove dormire in un tempio buddhista

 

Dormire in un tempio buddista sul Monte Koya

 

L’esperienza più autentica che un occidentale possa fare durante il suo viaggio in Giappone è indubbiamente alloggiare in un monastero buddhista. Anche alcuni giapponesi, ad esempio le guide turistiche volontarie che ho incontrato durante il mio viaggio, sgranano gli occhi, emettendo il loro tipico e ammirato “Ooh”, quando gli racconti che nell’itinerario hai inserito questa destinazione. Forse perché arrivare fino al Monte Koya richiede tempo, fatica e determinazione, oltre ad un’apertura mentale pronta ad assorbire il silenzio ed il senso di eternità sprigionato dalle foreste di cedri rossi.

Ancora a casa, durante la fase di preparazione del viaggio, dovendo decidere in quale tempio giapponese dormire, ho letto svariate recensioni sugli shukubo, cioè le foresterie dei monasteri. Molti visitatori si lamentano della semplicità degli alloggi, delle stanze troppo fredde, delle pareti di carta vecchie di 200 anni, tanto sottili da sentire il proprio vicino russare. Oppure del cibo vegano poco sostanzioso, troppo diverso dalla carne o dal pesce che si è abituati a mangiare tutti i giorni.

Questi commenti, tuttavia, non mi hanno spaventato, piuttosto mi hanno fatto venire voglia di andare a vedere con i miei occhi, di provare un’esperienza più radicale del solito. Ora sono contenta di poter dire di averla fatta, di aver vissuto un’avventura al centro dell’antica sacralità orientale.

Dormire in un tempio giapponese funziona un po’ come dormire in un ryokan con tempio annesso. La struttura di base accomuna tutti gli shukubo: come prima cosa ci si trova davanti ad un grande cancello principale che funge da portale, dietro il quale si intravede un giardino zen sempre curatissimo. Qui arbusti arrotondati, alberi da frutto, pietre rocciose coperte di muschio e piccoli laghetti d’acqua sono disposti ordinatamente su una distesa di sabbia bianca rastrellata accuratamente per formare un motivo di spirali ed onde.

Prima di salire i pochi gradini in legno che conducono alla veranda di ingresso dello shukubo, occorre come sempre togliere le scarpe e indossare le pantofole già disposte in file ordiate sul primo scalino. A fianco c’è un armadio apposito, anch’esso in legno lavorato, per riporre le scarpe, che che verranno recuperate soltanto per uscire fuori dal monastero e visitare la città.

Dopo esserti presentato allo staff sempre pronto ad accoglierti, solitamente vieni accompagnato a fare un tour della struttura, che più è grande più è labirintica. Tentando di memorizzare tutti gli svincoli, cammini per corridoi in legno scricchiolanti e poco illuminati, su cui si aprono scorci di stanze con fusuma (le porte scorrevoli da interno) dipinte con motivi tradizionali e collezioni storiche di arte sacra con più di 800 anni.

Una saracinesca chiude durante il giorno l’accesso al tempio, che troverai aperta soltanto la mattina alle 6.00 durante la cerimonia rituale a cui tutti gli ospiti possono assistere. Spesso, infine, negli shukubo si può trovare un onsen interno ed esterno per potersi rilassare fino a tarda sera. Durante il tour della struttura, se non sei pratico di terme giapponesi, ti vengono rispiegate tutte le regole su come comportarsi in un onsen.

 

Dormire in uno shukubo

 

Dormire in un tempio giapponese al Koyasan

 

Arrivato alla camera da letto, un piccolo quadrato di spazio chiuso da una porta scorrevole in legno, dopo aver lasciato le ciabatte in corridoio, ti accorgerai che la stanza è del tutto priva di mobili. L’unica eccezione è il piccolo tavolino basso già provvisto di bollitore per il tè e piccoli dolci o craker di riso. Se ci si vuole sedere, bisogna farlo sul delicato tatami intrecciato che ricopre il pavimento, o al massimo su uno zabuton appoggiato per terra, cioè un cuscino piatto come quelli che noi occidentali siamo soliti mettere sulle sedie.

Non c’è un armadio né niente che assomigli ad una cassettiera, quindi puoi semplicemente riporre le tue valigie e zaini in un angolo. Il punto focale estetico della stanza è il suo tokonoma, uno spazio incassato lungo il muro a formare una piccola alcova in cui sono esposti oggetti artistici come pergamene, vasi di fiori e incensieri. Ricordati che questo spazio è considerato sacro, quindi ti suggerisco di non sedertici sopra e di non appoggiarci nessun oggetto, tanto meno i vestiti.

Nella maggior parte degli shukubo al Koyasan, le camere in alcuni casi sono equipaggiate di televisione (chi si mette a guardare la TV in un tempio?) e di cassaforte, poiché la porta della stanza si può chiudere dall’interno, ma non dall’esterno. Se sei fortunato (o sfortunato, a seconda dei punti di vista!), il WiFi prenderà anche nella tua camera. Inoltre se si visita il Monte Koya in inverno, ti troverai anche una stufetta elettrica per riscaldare l’ambiente.

Infatti in tutti gli ambienti comuni del monastero non c’è riscaldamento, e la temperatura è simile a quella esterna. Ogni volta che andrai in bagno, che è sempre in comune, a meno che tu non scelga la formula di stanza con bagno in camera, molto ma molto più cara, sarà un’esperienza che tempra il fisico! Io, ad esempio, indossavo ogni volta il piumino 🙂

Altrimenti puoi indossare lo yukata di cotone lasciato a disposizione per ogni ospite, specialmente per recarti nella zona dell’onsen (letteralmente significa abito da bagno) o per passeggiare per i corridoi. Puoi divertirti ad essere vestito come un autentico giapponese, e calarti ancora di più nella cultura di questo Paese. Ricordati, però, che la mattina durante la cerimonia sacra lo yukata non è ammesso.

I futon

Se la camera ti sembra cosmicamente vuota è anche dovuto al fatto che non ci sono i letti per dormire. Questo ti può saltare subito all’occhio o venire in mente in seguito (io ci ho messo un po’ a notarlo, visto che ero affascinata da tutto il resto!), fatto sta che la domanda prima o poi ti sorgerà spontanea: “ma io stanotte dove dormo“?

Infatti di certo sapevo che non avrei trovato i letti all’occidentale, ma mi aspettavo di avere i futon già preparati e disposti sul tatami. Invece, per lasciare spazio per muoversi durante il giorno, bere il tè al tavolino, e soprattutto per mangiare (sì, i pasti vengono serviti in camera) i futon sono presenti soltanto dopo cena, quando una persona addetta ti farà uscire brevemente dalla stanza per prepararli.

A questo punto il tavolo basso verrà spinto in un angolo e il futon verrà aperto sul pavimento al centro della stanza, posizionato in modo che le nostre teste addormentate puntino verso est. Questa è la direzione usata dall’imperatore e raccomandata da Confucio, in quanto associata a forza e vigore.

Non troverai mai il cuscino a nord, infatti questa direzione è riservata soltanto ai morti. Infatti è la posizione assunta dal Buddha storico, Shākyamuni, al tempo del suo Parinirvana.

I bagni in comune

Come già accennato, di norma nei monasteri buddhisti i bagni sono in comune. Fin qui nessun problema, dirai… basta adattarsi, per una o due notti non dovrebbe essere difficile. Tuttavia scoprirai che, oltre a non godere di riscaldamento, in bagno non c’è nemmeno acqua calda e lavarsi la faccia la mattina è un crudele quanto efficace metodo per svegliarsi in un secondo.

Nella mia inesperienza, inoltre, facendo un primo giro di perlustrazione dell’edificio, noto con stupore che in bagno non ci sono le docce. Apro tutte le porte che trovo, ma niente: solo lavandini e WC futuristici. È solo in quel momento che mi salta all’occhio una porticina stretta e a vetri. Non c’è nessuna scritta che vieta l’ingresso, né inglese né giapponese, le docce devono essere proprio lì, penso convinta.

Invece uno stretto corridoio mi conduce in una zona più buia, un po’ malmessa e con il soffitto ribassato, su cui si affacciano una decina di altre porticine. Decisamente non sono docce. Soltanto la mattina successiva, mentre mi sto lavando i denti, vedo il capo dei monaci con la sua veste color zafferano uscire proprio dalla porticina, e tutto diventa imbarazzantemente chiaro: mi stavo dirigendo nelle stanze dei monaci!

Ecco, tutto questo per evitarti figuracce. Sappi che le docce non si trovano nei bagni in comune, bensì l’onsen funge da zona docce, che sono in comune, ma separate per quanto riguarda uomini e donne. Sono anche lieta di comunicarti che qui l’acqua calda non manca, anzi è caldissima, e ci sono anche gli asciugacapelli a disposizione, per lo meno nello shukubo che ho visitato io.

Shōjin ryōrī: la cucina vegetariana dei monaci

 

 

Dove mangiare al Monte Koya? La formula di prenotazione presso i templi buddhisti è sempre comprensiva della colazione, e di norma anche della cena. Quindi non ti devi preoccupare di andare a cercare dei ristoranti o minimarket (anche qua sui monti, infatti, potrai trovare il fidato Family Mart) per mangiare, se non a mezzogiorno.

Tutti gli alloggi del tempio al Koyasan offrono lo shōjin ryori (letteralmente “cucina della devozione“), cioè una tipologia di cibo esclusivamente vegetariano di cui monaci sono soliti cibarsi. La cena e la colazione sono praticamente identiche, per quanto riguarda la varietà di offerta di verdure, tofu, brodo di miso eccetera. Per cui sii pronto a cambiare un po’ le tue abitudini alimentari, per lo meno per uno o due giorni.

I pasti vengono serviti in camera, alle 7.00 la mattina e alle 17.00 la sera (sì, così presto), ma non sul tavolo basso di legno, come ingenuamente pensavo prima di provare questa esperienza. Infatti sarebbe impossibile farci stare tutta la marea di vassoi, piatti, piattini e ciotoline che vengono portate. Invece, un ragazzo o una ragazza che parla un inglese basilare farà avanti/indietro per tutto il tempo del pasto per portare dei piccoli tavolini di legno laccato, (almeno tre a testa) su cui è disposta una grande varietà di cibi, tutti in piccole quantità.

 

 

Non c’è un contenitore uguale all’altro, ma ognuno ha un particolare colore e motivo decorativo. Una ciotola piuttosto grande viene posta sopra ad una candela, la cui fiamma cuocerà in 15 minuti tutto il contenuto (un brodo con verdure fresche e qualche spaghetto di soia). Un’altra ciotola, coperta con il suo coperchietto, contiene brodo di miso. Due delle ciotole in dotazione giacciono a faccia in giù: devi riempirle con il riso bianco (quella più grande) e con l’immancabile tè verde o matcha (quella più piccola).

Altri piccoli piattini ospitano al loro interno verdure in tempura, radici di loto, foglie di shiso (una pianta aromatica simile al nostro basilico), cubetti di tofu fritti o immersi in un’acquetta dolciastra. In un caso mi è capitata una ciotolina minuscola al cui interno c’erano soltanto cinque piselli, o cinque fagioli.

Alla fine del pasto, dopo aver assaporato questa varietà brillante di gusti, trame e colori, arriva il dessert: frutta di stagione, accuratamente tagliata e disposta sul suo piattino.

Mangiare in questo modo, seduti a gambe incrociate sul tatami, con di fronte i tavolini coperti di verdure in ogni forma e dimensione, è un’esperienza indimenticabile. Non potrai fare a meno di scattare decine di foto, perché la presentazione nella cucina shōjin ryori è una componente fondamentale. Ci saranno alcuni gusti o consistenze che non ti piaceranno, ma alla fine sarai contento di aver provato tutto, e di poterlo raccontare!

 

La cerimonia del mattino

 

 

Oltre alla cucina tipica, altro vantaggio principale nel dormire in un tempio buddhista è poter partecipare alla cerimonia sacra del mattino. E quando dico mattino, intendo le ore 6.00, quindi ti dovrai svegliare molto presto per prendere parte alla funzione (non è il caso arrivare quando è già incominciata, per rispetto nei confronti dei monaci).

Comunque svegliarsi così presto non sarà difficile, anche se non sei abituato, perché la sera il tempio ha un coprifuoco: dopo le ore 21.00 si chiudono le porte, quindi non avrai modo di fare vita notturna.

Arrivati all’ingresso del tempio, che ora è aperto, un monaco ti invita a togliere le ciabatte e a sfregare fra le mani un pizzico di polvere di incenso che tiene in una ciotola, come segno di purificazione.

Il tempio è immerso nella penombra, soltanto poche lanterne accese e fioche illuminano l’ambiente che odora già fortemente di incenso. Alcuni fedeli, soprattutto le persone più anziane, si possono sedere su degli sgabellini messi a disposizione, ma la maggior parte sta a gambe incrociate sul pavimento.

Posizionato al centro, appena fuori dalla ringhiera che separa l’altare dai fedeli, c’è un incensiere posto su un tavolino basso. Un sottile filo di fumo sale verso l’alto e svanisce nell’oscurità. Al momento opportuno, durante la cerimonia, uno dei monaci ti inviterà a farti avanti per aggiungere un pizzico di incenso nell’incensiere, in segno di venerazione del Buddha (sì, si aspettano che tutti lo facciano, anche tu occidentale che non capisci bene cosa stia accadendo). Una leggenda popolare vuole che il Buddha sia sostenuto da questo fumo, che sia il suo cibo celeste.

Nell’oscurità oltre l’altare si scorge la forma di Amida Buddha, che promette, compassionevole, di accogliere in paradiso tutti coloro che hanno invocato il suo nome. Ai lati dell’altare sono seduti i monaci del tempio, che assisteranno nella lettura del sūtra. Aspettano il capo dei monaci, che arriva facendo frusciare le sue vesti gialle e si siede su uno sgabello rialzato.

Inizia, allora, il canto shōmyō, un particolare canto proprio del Buddismo Shingon in cui il cantore può produrre simultaneamente più note distinte. La cadenza e il tono è simile alle preghiere ispirate al Sanscrito, recitate nei templi Hindu e Sikh. Accompagnati dal rintocco della campana, i monaci cantano in modo gutturale versi melodici e lenti che vibrano ad alto volume dal più profondo della loro gola.

Il ritmo del canto diventa a poco a poco più celere, il tono si appiattisce e le voci maschili si mescolano in un’unica profonda risonanza che sembra scaturire dal centro della terra, ed al tempo stesso da dentro di te.

La scena è affascinante. Se non hai la fortuna di essere posizionato proprio davanti ed al centro, non vedrai praticamente niente di quello che sta succedendo, anche perché i monaci danno le spalle ai fedeli. Ma il flusso costante di canti è ipnotizzante, dopo qualche minuto ti ritroverai in una sorta di trance, cullato dalla melodia delle parole incomprensibili, mentre scie di fumo di incenso si diffondono nell’aria, tra i rintocchi occasionali di un gong.

Il nome di questa principale cerimonia quotidiana del Buddhismo di Shingon è Rishu-zammai-hōyō, così chiamata da Kōbō Daishi. I suoi benefici sono diversi: aiuta a distruggere il cattivo karma e fa avanzare i fedeli verso l’illuminazione, sollecita benefici materiali e allevia la sofferenza dei morti. È inoltre un buon veicolo per la meditazione.

Anche se non capisci cosa si stia dicendo durante la preghiera, il corpo diventa stanco e assonnato, la mente calma e vuota, scompare dolcemente ogni irrequietezza.

Le preghiere del mattino durano circa un’ora, dandoti modo di sbirciare, anche se per poco, nel mondo spirituale dei monaci buddhisti.

 

Come prenotare uno shukubo sul Monte Koya

 

 

Hai deciso di voler vivere anche tu questa esperienza fuori dall’ordinario, ma ti stai chiedendo: come faccio a prenotare uno shukubo al Koyasan? Non è difficile.

Recandoti presso il sito ufficiale Shukubo Temple Lodging, potrei vedere una lunga lista di templi in cui pernottare. Le tipologie di monasteri sono piuttosto varie, e spaziano da grandi complessi che possono ospitare fino a 300 persone, fino a templi buddhisti più piccoli con sole 6/8 camere.

Sul sito indicato ti potrai fare un’idea generale delle caratteristiche di ogni tempio. Nella maggior parte dei casi è indicato il sito per la prenotazione, e puoi trovare alcuni shukubo più grandi e famosi anche su siti come Booking.com, Japanese Guest HouseJapanican o Travel Arrange Japan.

Per la mia visita al Koyasan ho scelto il tempio Fukuchi-in, prenotando la stanza direttamente dal loro sito ufficiale (puoi scegliere di visualizzare la traduzione in inglese o anche in italiano). Il monastero è abbastanza grande, ma non enorme, in posizione centrale e comoda per raggiungere tutte le principali attrazioni, oltre che vicino alla fermata del bus. Essendo abituato ad accogliere ospiti da tutto il mondo, il personale parla inglese. Inoltre è presente un onsen con zona interna ed esterna, per poter fare un bel bagno caldo prima di dormire.

Un altro famoso tempio buddhista in cui dormire è l’Eko-in, comodo se vuoi goderti la camminata serale guidata al cimitero Okunoin, perché è più vicino alla zona est del villaggio.

I templi spesso offrono la possibilità di partecipare ad alcune attività pensate appositamente per gli ospiti, ad esempio ricopiare i sutra come forma di meditazione e devozione. Ovviamente sono servizi a pagamento.

Sii preparato, perché alloggiare in un tempio giapponese non è un’esperienza economica, infatti costa attorno ai 10.000 yen al giorno a persona, con la cena e la colazione inclusa. Se vuoi una camera con il bagno privato, quando disponibile, il prezzo si alza ulteriormente. Se non viene richiesto un pagamento al momento della prenotazione online, ricordati che in alcuni casi i templi non accettano carte di credito, quindi porta dietro abbastanza contanti.

 

Come arrivare al Koyasan con Japan Rail Pass

 

 

Arrivare al Monte Koya non è facilissimo, e richiede una buona dose di pazienza ed organizzazione. In più, se si vuole raggiungere il Koyasan sfruttando il JRP (Japan Rail Pass), il viaggio diventa ancora più lungo e con più cambi. Ma, dal momento che è anche la soluzione più economica, io ho optato per questa, ti spiego come:

  • Da Shin-Osaka (la stazione di Osaka in cui arrivano gli shinkansen) prendi il treno JR Kuroshio Limited Express per raggiungere la stazione di Wakayama. Il viaggio in treno durerà circa un’ora.
  • Una volta alla stazione di Wakayama, prendi la linea JR Wakayama (rosa) per 19 fermate (è un treno locale che fa tutte le fermate), fino a raggiungere la stazione di Hashimoto. Un’altra oretta di viaggio.
  • Dalla stazione di Hashimoto in poi finisce la tratta in cui è possibile utilizzare il JRP. Infatti d’ora in avanti dovrai affidarti alla linea Nankai-Koya, una linea ferroviaria privata, che in 9 fermate ti condurrà fino alla stazione di Gokurakubashi (40 minuti, 440 yen),
  • Da qui non ti resta che prendere la teleferica su rotaie Nankai Koyasan per un breve tragitto di 5 minuti (390 yen).
  • Una volta in cima, alla stazione Koyasan c’è un bus che ti porterà fino in centro (280 yen se scendi alla fermata centrale Senjuinbashi). Purtroppo questo tratto di strada, anche se breve, non si può fare a piedi. L’unica alternativa al bus è il taxi.

Senza utilizzare il Japan Rail Pass, la soluzione più rapida è partire dalla stazione Namba di Osaka con la linea Nankai Limited Express, che direttamente senza nessun cambio ti condurrà in un’ora e mezza fino a Gokurakubashi (1650 yen). La parte finale del percorso poi rimane la stessa.

 

Koyasan World Heritage Ticket: Bus Pass al Monte Koya

 

 

Se non vuoi o non puoi usare il Japan Rail Pass, esiste un interessante biglietto che ti farà comunque risparmiare qualche euro.

Il Koyasan World Heritage Ticket è un pass ferroviario, utilizzabile tra la stazione Namba e la stazione Koyasan, che offre:

  • un viaggio di andata e ritorno al Monte Koya utilizzando la linea ferrovia privata Nankai
  • viaggi illimitati sugli autobus al Koyasan (i bus Nankai Rinkan)
  • ingresso scontato a attrazioni turistiche come il tempio Kongobu-ji, il Museo ReihokanKondo Hall e Pagoda Daito al complesso Danjo Garan
  • ulteriori sconti in alcuni negozi di souvenir.

Il biglietto vale due giorni consecutivi, quindi è perfetto se ti fermi soltanto una notte al Koyasan, ed è disponibile in due versioni.

La “versione normale” del biglietto (3,400 yen) è valida su tutti i treni lungo la Nankai Koya Line, tranne i treni Limited Express. I titolari di un biglietto normale possono tuttavia viaggiare con un Limited Express pagando il supplemento di 780 yen a tratta.

La “versione Limited Express” (4,220 yen)consente, invece, di utilizzare un treno Limited Express da Osaka a Gokurakubashi, ma non nella direzione opposta. Se vuoi viaggiare con un Limited Express anche da Gokurakubashi a Osaka, puoi farlo pagando un supplemento di 780 yen.

Questi biglietti si possono comprare presso le stazioni della linea Nankai, ad esempio a Namba. Tieni d’occhio il sito ufficiale Koyasan World Heritage Ticket per controllare i costi e le condizioni, che potrebbero variare nel corso del tempo.

 

Un po’ di materiale utile:

 

Cosa ne pensi di questa esperienza? Ti piacerebbe dormire in un tempio buddista al Koyasan? Fammi tutte le domande che vuoi. Oppure ci sei già stato, e come me ne sei rimasto affascinato? Raccontami la tua storia in un commento, non vedo l’ora di leggerla! 

 

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